INCHIOSTRO

E’ un tiepido pomeriggio di primavera, e in casa si sta benissimo.
Indosso, stranamente, un vestitino a pieghe blu, la calzamaglia panna e le scarpette di vernice lucide, i capelli raccolti in una elaborata, lunga treccia bionda, finalmente pettinati.
Deve essere sicuramente domenica, perché ho abbandonato la mia tenuta da maschiaccio scalmanato, e i capelli sono in ordine.
Sto, come al solito, girovagando per casa, passando da un gioco all’altro, mio padre è sicuramente in salotto a leggere.
Esploro la casa, come faccio sempre, con i miei aeroplanini, sorvolando la vasca da bagno, il cassettone di mio fratello, la ringhiera della scala, il letto di papà.
All’improvviso mi ritrovo davanti alla porta del suo studio, e una forte tentazione di entrare mi pervade. Lui è giù, non mi sentirà.
Al centro della stanza c’è una grande scrivania in noce scuro, con un ripiano di vetro sopra, era di sua madre. E’ molto luminosa, ed è circondata da tanti scaffali.
Lui è un collezionista: ci sono libri pieni zeppi di francobolli, e gli scaffali sono colmi di vhs, con un fornito reparto per me.
Mi siedo in ginocchio sulla sua poltrona girevole così posso arrivare al tavolo facilmente.
Sulla sua scrivania ci sono tante scartoffie, tutte ordinatamente impilate a lato, libri e oggetti di cancelleria, che accarezzo come fossero dei cuccioli.
Probabilmente devo a lui la mia passione per penne, matite, forbici e quant’altro.
Prendo un foglio bianco e inizio a disegnare, usando tutte le sue penne e pennarelli.
Mi piace tirarli fuori dal portapenne e metterli tutte in fila sul ripiano di vetro, in modo da vederne il riflesso.
Lascio il disegno sulla scrivania per fargli una sorpresa, lui adora i miei disegni. Da qualche parte deve, sicuramente, esserci uno o più faldoni pieni di tutti i miei disegni. Non butta via niente, specialmente le cose che riguardano me.
Osservo la stanza come un radar, cercando qualcosa da fare, ed è stato li che l’ho notato.
Appoggiato a terra, nel ripiano più basso della libreria, un telo grigio che ricopriva un oggetto voluminoso. Tendo l’orecchio per capire se sta salendo.
Via libera!
Scendo dalla sedia girevole con uno scatto felino e mi avvicino al telo, emozionata più per la scoperta dell’esplorazione che della trasgressione.
Prima tasto con le mie manine, per cercare di capire cosa ho di fronte, cerco un modo per aprire il telo, e trovo dietro una cerniera.
La apro.
Mi trovo davanti uno strano oggetto metallico nero.
Ha un rullo sulla parte alta, dove mio padre ha lasciato incastrato dei fogli bianchi.
Nella parte bassa ci sono dei strani tasti, ognuno dei quali ha sopra un segno, devono essere lettere, penso; mi ricordo che qualcuna me le ha fatte vedere la maestra, si, e li sopra ci sono i numeri.
A cosa serve?
La accarezzo con le dita, è fredda, ed emana uno strano odore. Poi all’improvviso, mi faccio coraggio e schiaccio un tasto.
Ritraggo di scatto la mano appena il rumore secco mi rimbomba nelle orecchie, spaventata.
Cosa è stato?
Poi vedo un minuscolo segno sul foglio che prima era candido.
Deglutisco e riprovo con un altro tasto.
Stessa reazione, ma stavolta non mi spavento e osservo meglio, curiosa.

Mi piace questo suono.

Noto che appena schiaccio un tasto, una stecca metallica si muove e batte contro il foglio lasciando il segno.
Il rumore metallico secco mi ipnotizza, e i segni che lasciano sul foglio sono perfetti, e profumano di libro nuovo, che adoro.
Continuo cosi per un po’, lasciando segni indelebili sulla carta, divertita, poi noto che il rullo si è spostato tutto verso sinistra e si blocca.
Mi rendo conto che non posso più continuare e mi arrabbio.

Perché non va più?
Provo a spingere il rullo e, con mia grande gioia, riesco a rimetterlo dove era, così che posso continuare il mio gioco.
Mi accorgo che ho altro spazio bianco sotto i segni che ho lasciato prima, e se schiaccio la barra lunga sotto i tasti posso creare uno spazio tra le lettere.
Proseguo così non so per quanto tempo; la luce nella stanza è cambiata, è più soffusa.
Finalmente ho finito il foglio, che magicamente viene liberato dall’abbraccio del rullo, e lo osservo stupefatta.

L’ho fatto davvero io?

Osservo la mia opera d’arte con orgoglio, come se fosse la cosa più bella che abbia mai fatto.
Lo appoggio delicatamente accanto al disegno sulla scrivania, così che poi lui lo veda.

Alzo gli occhi all’improvviso, e mi ritrovo nello sguardo di mio padre.
Appoggiato allo stipite della porta mi osserva divertito, con i suoi occhi di ghiaccio.
Pensavo che si sarebbe arrabbiato, visto che gli ho scombussolato lo studio, invece si avvicina e guarda le mie opere d’arte; mi ringrazia dei regali.

“Vedo che hai scoperto la macchina da scrivere”, dice con tono calmo.

Scrivere, ecco cosa stavo facendo, e gli rispondo con un cenno della testa.

“Mi piace il rumore che fa, e l’odore dei segni che lascia”, gli rispondo.
“Si chiama inchiostro, lo stesso che c’è nelle penne e nei pennarelli, ricordi?”, gli annuisco.
“Con questa macchina puoi scrivere tutto quello che vuoi, i tuoi pensieri e ricordi, invece che usare la penna”, mi dice.

Io soppeso le sue parole; posso scrivere tutto quello che voglio?

“A cosa serve scrivere i miei pensieri?” gli chiedo curiosa, mi manca un passaggio.
“Beh, perché i tuoi pensieri possono diventare delle storie, piccola. Come i tuoi libri, prima erano tutte nella testa di chi poi le ha scritte. Questo strumento serve a tirar fuori i tuoi pensieri, le tue idee, le tue emozioni. Ti piacciono i tuoi libri, no?”
“Si, specialmente quello delle fiabe con gli animali” Gli rispondo.
“Ecco, con questa puoi inventare tante storie, puoi far fare tutto quello che vuoi ai personaggi, come con i tuoi giochi. Quelle sono storie che inventi tu. Così poi la gente può leggerle e fare viaggi meravigliosi grazie a loro”.

Guardo ancora la macchina da scrivere e il foglio che ho realizzato.

“Mi piace inventare storie”, gli sorrido e lui mi ricambia con il suo grande sorriso.

“Ehi. Miriam, ci sei? Terra chiama Miriam”.

Scuoto la testa e guardo Angelo.
“Scusa, ero immersa nei miei pensieri” gli rispondo.

Stiamo osservando una vetrina di un negozio vintage, che abbiamo trovato per caso, passeggiando per il centro.
Lui è incantato davanti ad una Honda d’epoca, splendida, nera e beige. E’ indubbiamente molto bella.
“Ci starebbe bene nel salotto, no?”, lo guardo come per dire cosa ti sei fumato.

Intanto che lo lascio in pia contemplazione della moto, esploro con gli occhi, l’interno del negozio.
Ha oggetti di ogni tipo, tutti bellissimi, che evocano tanti ricordi di vite vissute; chissà quante storie hanno da raccontare, quante cose hanno visto, mi domando.

Poi ecco che la vedo, là, sopra uno scaffale un po’ impolverato, una bellissima macchina da scrivere di metallo nero.
Subito la mia mente viaggia a parecchi anni fa, a quando ero una bambina curiosa e spensierata.
Il ricordo del rumore dei tasti, e l’emozione che avevo provato quel giorno.
Perché me ne sono dimenticata? Mi era piaciuta così tanto!

Una sensazione mi invade le vene, e mi domando come mai non ho assecondato la mia voglia di scrivere storie, come una volta? Cosa è successo che mi ha fatto smettere di scrivere delle mie emozioni, ma i ricordi sono vaghi.

Guardo Angelo che discute con suo fratello riguardo la moto, e decido che al diavolo, sono stufa di reprimere le mie emozioni come facevo una volta.
Lui mi ha aiutato molto, anzi, adesso dice che sono una piagnona, anche se in realtà sto buttando fuori le lacrime che non ho versato per una vita intera.
Scrivere potrà aiutarmi a rompere la maschera? Non lo so, ma perché non tentare, chissà che poi la vecchia fiamma non si riaccenda.

 

Miri-mammalupo

#aedidigitali #inizio

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